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--- 2007 ---



sabato, 26 maggio 2007

INDOVINA IL FILM - 1 


Indovinate da quale film è tratta la seguente frase:


"..è un avvertimento! I culi nudi amano i gesti fioriti..vorrei che si facessero vedere.."


 Suggerimenti:

- E' un film di avventura abbastanza conosciuto

- E' dei primi anni '80

- Vi recita una famosa attrice italiana
postato da: ArnoldLayne84 alle ore 06:40 | link | commenti (22)
categorie: cinema, film, indovina il film
lunedì, 14 maggio 2007

INTERVISTA AD AKIRA KUROSAWA 

C'è poco da dire.
Kurosawa non era un tipo simpatico, rispondeva spesso a monosillabi e alla domanda "qual è il suo film preferito?" non veniva nemmeno sfiorato dal dubbio che gli si stesse chiedendo di film diretti da altri. Quest'intervista lo ripropone com'era: lucido, secco, geniale.

Perché la chiamano "Imperatore"?
È un soprannome che mi diede un giornalista… alla gente p
iace.

Perché non ha fatto il pittore?
Non ho passato gli esami.

Qual è il suo film preferito?
Secondo qualcuno è I sette samurai. In quel periodo ero davvero popolare. Ma non è proprio il mio preferito. Dare la vita a un lavoro significa allargare un’idea che cresce. È difficile dire quale dei miei film preferisco. Mi piacerebbe poter dire che tutti – in un momento o nell’altro – prendono vita.

Che genere di film le piace di più?
Non filmo mai qualcosa che non voglio filmare. Non mi interessa fare film per fare soldi. Che sia buono o no, uno deve tenere duro. Il cineasta deve credere in qualcosa, essere onesto con se stesso e obiettivo sul proprio lavoro. Il produttore deve dare i soldi al cineasta, e quindi il cineasta deve credere che anche il produttore crederà alla sua creatività.

Cosa mi dice del suo rapporto con la Verità?
Devo trovare quasi sempre il modo di farla entrare di straforo nei film. È difficile fare soldi dicendo la verità. Ma è stato più facile ritrarre la storia giapponese ed esprimerne i valori culturali.

Perché non appare il nome del montatore nei suoi film?
Io lavoro per conto mio. Faccio tutto. Fa parte del mio lavoro di regista. Monto il giorno dopo avere girato. Sono diverso dagli altri. Preferisco fare a questo modo per evitare qualsiasi decisione dell’ultimo momento. È più efficace montare con il ricordo ancora fresco della ripresa. È più facile ottenere un equilibrio finale. Mi ci vogliono al massimo un paio d’ore per montare tutto quello che ho girato in una giornata.

Quanto tempo dedica alle riprese?
Circa otto mesi. Non giro tutti i giorni. Uso tre cineprese in ogni scena. Ripeto di rado una ripresa. A volte ne faccio una in sedici minuti, senza fermarmi.

Quanto conta la sceneggiatura? Quanto gli attori?
La parte più importante di un mio film è la sceneggiatura perché senza una buon testo gli attori non servono a nulla. Gli attori non professionisti sono molto bravi. Io voglio che i miei attori siano naturali.

Quanto sono importanti le lenti che usa per le sue riprese?
Sono un modo importante per esprimere degli effetti visivi. Nei miei ultimi film ne ho usate molte. La CBS Sony è stata molto gentile nell’aiutarmi a sviluppare alcune riprese che volevo fare con la tecnica dell’Hi-Vision. Questo procedimento tecnico aiuterà l’industria sul lungo periodo ed è un ottimo modo per elaborare degli effetti tecnici. Naturalmente ci vorrà del tempo per perfezionarlo, ma credo che questa nuova tecnica sia molto avanzata e negli anni a venire rivestirà una grande importanza.

Usa la tecnologia in alta definizione?
L’HDTV è molto utile per certi scopi, ma la cinepresa può catturare delle sfumature – negli occhi delle persone, ad esempio – che l’alta definizione non coglie.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Uno dei progetti che vorrei realizzare da una vita è una biografia cinematografica di Vincent Van Gogh. Magari ci lavorerò in questi miei ultimi anni, se è così che deve andare.

Perché nei suoi ultimi quattro film non ha fatto recitare Toshiro Mifune?
Toshiro Mifune è un grande attore. Siamo ancora ottimi amici, e anche se non l’ho fatto recitare nei miei ultimi film provo per lui un grande rispetto.

Qual è il suo segreto nel lavoro con gli attori?
Li faccio provare, li faccio preparare. Ci vogliono otto mesi per prepararsi, così possono farsi coinvolgere e comprendere il personaggio e sviluppare un interesse per la propria recitazione. Ci vuole del tempo per sviluppare un personaggio. Non ci sono segreti. È solo una questione di pazienza. Quando fai un film, anche come regista, sei una sola cosa con il protagonista… ridi, piangi, soffri con lui… questo è un film.

Se avesse il potere di influenzare la società e cambiarla, cosa farebbe?
Cercherei di sfruttare al meglio le mie capacità creative e artistiche. Io sono felice di avere la possibilità di esprimermi. Provo un senso di responsabilità, verità e onestà nei confronti della mia professione e ne sono cosciente. Non ho segreti. Parlo della società giapponese e cerco di essere franco, nel trattare i nostri problemi. Spero che si capisca, vedendo i miei film. Sono un cantastorie. Non ho segreti.

                                                                           (fonte: www.trax.it)
martedì, 08 maggio 2007

PAPILLON 

                                           (1973) regia:  Franklin J.Schaffner

C'è nella filmografia di Steve McQueen una caratteristica quasi sempre presente, se si escludono le prime prove (tra cui non si può ignorare "Fluido mortale", il celeberrimo The Blob immortalato come sigla della famosa trasmissione di Raitre). La caratteristica a cui accennavo è quella che vede McQueen interpretare sempre personaggi che si distinguono dalla media, animati da un desiderio di individualità e di libertà non comuni. Sia che interpreti il poliziotto di "Bullitt", il bandito evaso di "Getaway", il personaggio di Papà nel "Cacciatore di taglie" o il marinaio nell'epico "Quelli della San Pablo", il pistolero nei "Magnifici sette", il pilota ne "La 24 ore di Le Mans", Steve dà ai propri personaggi una carica in più, quasi egli venga preso da un irrefrenabile desiderio di distinguersi, di affermare una individualità e una personalità propria e possibilmente in contrasto con le caratteristiche comuni, "medie" direbbe un sociologo o uno statistico. In questo suo modo di rappresentare i vari ruoli, molti per la breve vita e carriera che il destino gli aveva riservato (è morto all'età di 50 anni nel 1980) c'è spesso anche un gusto particolare nel dar vita sullo schermo a figure tese ad affermare un insopprimibile voglia di libertà contrapposta ad una situazione di coercizione che tale libertà invece nega.
Di questo se ne ha una viva rappresentazione in "La grande fuga", da un episodio reale della seconda guerra mondiale sulla fuga di alcuni prigionieri angloamericani da un campo speciale di prigionia e dove McQueen dà vita ad uno dei personaggi più vivi. E poi "Papillon" che è l'apoteosi di un McQueen quasi libertario e anarcoide che non si adatta nemmeno alle terrificanti condizioni e regole dell'Isola del Diavolo, il famigerato campo di deportazione e prigionia della Guyana Francese, noto anche come Cayenna.
Nulla e nessuno riescono a piegare l'ergastolano Henri Charrière, detto Papillon (per via di un tatuaggio, una farfalla, che porta), nemmeno
anni di isolamento e torture psicologiche e tormenti fisici di ogni sorta.
La storia del film "Papillon" è tratta dal romanzo autobiografico di Henri Charriere e narra la sua deportazione e il suo soggiorno alla Cayenna, oltre che i numerosi tentativi di evasione. Accusato di omicidio (e sempre proclamatosi innocente) Charriere venne condannato all'ergastolo. Dopo un primo tentativo di evasione in Francia viene deportato all'Isola del Diavolo (celebre anche per avere ospitato il famoso Capitano Alfred Dreyfuss, ingiustamente accusato di tradimento). Il film narra la storia dell'irriducibile azione che Charriere, contro tutto e tutti, metterà in atto per riconquistare la libertà. E narra la sua amicizia con Louis Dega (uno straordinario Dustin Hoffman), falsario mite quanto altrettanto tenace.
Una prova d'attore che vede Hoffman e McQueen rimpallarsi la scena come due autentici coprotagonisti in grado di oscurare o ridurre a contorno tutti gli altri. Che recuperano presenza e visibilità scenica solo quando i due non si vedono.
Del film bisogna dire che è abbastanza crudo e violento da giustificare il divieto ai minori (fasce d'età tra i 15 e i 18 anni) che molti paesi hanno imposto. Tra questi non figura il nostro dove il film è classificato per tutti.

Un altro particolare fa di Papillon un film non secondario, per quanto effettivamente il regista Franklin J. Shaffner si sia a volte lasciato andare a qualche eccesso, a momenti di ridondanza e di prolissità che sarebbe stato meglio evitare: la presenza come sceneggiatore di Dalton Trumbo, che interpreta anche una piccola parte sia pure senza essere citato nei credits. Dalton Trumbo fu uno dei "dieci": il gruppo di personaggi del cinema più perseguitati dalla Commissione McCarty e a cui per anni fu letteralmente impedito di lavorare (cfr. il volume di Trumbo "Lettere dalla guerra fredda") o furono costretti a farlo sotto falso nome e con gravi rischi per loro e per chi si prestava a coprirli.
Di Henri Charrière va detto che non riuscì a vedere questo film, tratto dal libro che aveva scritto nel 1969, perchè morì nel 1973 poche settimane prima che venisse terminato il montaggio e la postproduzione e il film uscisse nelle sale.
Di premi il film non ne ottenne alcuno: si segnala solo una nomination agli Oscar 1974 per l'autore delle musiche originali (Jerry Goldsmith e la nomination quale miglior attore per Steve McQueen ai Golden Globe.

                                                                 (fonte:
www.carmillaonline.com)
postato da: ArnoldLayne84 alle ore 11:21 | link | commenti (15)
categorie: recensioni, cinema, film, papillon
domenica, 29 aprile 2007

IL CACCIATORE 

                                                  (1978) regia:  Michael Cimino

Di poco precedente ad Apocalipse Now di Coppola, Il cacciatore rappresenta l'altro versante del disgelo del cinema americano rispetto allo scottante tema della guerra in Vietnam e fornisce gli elementi narrativi peculiari del Vietnam movie rispetto al war movie hollywoodiano classico. Ma non è ancora l'industria "ufficiale" delle majors a scendere in campo. Hollywood conferma la propria ritrosia ad affrontare temi politicamente scottanti (per un timore soprattutto economico, legato all'eventuale boicottaggio dei film) e scenderà in campo solo dopo il successo di questi due outsider e il conseguente "sdoganamento" del soggetto-Vietnam. Se la ripartizione tipica del film di guerra classico era l'addestramento, il battesimo del fuoco - perdita dell'innocenza, la rigenerazione attraverso la violenza (ripartizione ancora rinvenibile nel filo-governativo I berretti Verdi e nel caso atipico costituito da Full Metal Jacket di Kubrick), nel Vietnam movie si passa direttamente dalla "gioventu spensierata" all'inferno della guerra e da qui al desolato ritorno in patria, stranieri agli altri e a se stessi (il tema del vietnam veteran già al centro di alcuni b-movies violenti degli anni '60). Si aggiunga a questi il tema del recupero dei soldati missing in action e si può ricostruire l'impalcatura narrativa de Il Cacciatore, film-monstrum nella sua struttura originaria di oltre tre ore, ma soprattutto si può ricostruire tutto un genere addirittura abusato durante gli anni '80 con il risvegliarsi dell'"orgoglio americano" sotto la presidenza Reagan (film come Rambo, Platoon ecc.).
La divisione del film in tre parti distinte, sottolineata dal progressivo incupirsi del cromatismo delle immagini (per le scene di guerra, girate in Thailandia, i colori sono stati desaturati in laboratorio), fornisce le declinazioni dell'esperienza della guerra nella società americana degli anni '60-'70 che Cimino affresca con i toni malinconici e delicati di un'elegia.
La fine della giovinezza, rappresentata dal coincidere di una festa di matrimonio con l'arruolamento di un gruppo di amici (entrambi riti di passaggio all'età adulta che prevedono un giuramento e un impegno verso il prossimo), è il tema della prima parte del film che offre al regista la possibilità di descrivere la vita di una piccola comunità, ritmata dal lavoro in fabbrica, dalle partite di biliardo, dalle battute di caccia. La descrizione di uno "stato di innocenza" è di per sé motivo della sua perdita, e la goccia di vino sul corpetto della sposa è la prima macchia del sangue che sarà versato dai protagonisti.
La scena di caccia preconizza quelle di guerra e nello stesso tempo ne definisce la radicale diversità. All'ascensione silenziosa e solenne, sottolineata dal coro religioso, nella cornice superba delle montagne, corrisponde lo sprofondare nel folto della giungla squassata dalle detonazioni; ai vasti spazi ariosi, la claustrofobia di una gabbia di giunchi immersa nell'acqua, vera e propria riedizione di una pena da inferno dantesco. La stessa filosofia del 'un colpo solo' ritorna nel gioco crudele della roulette russa e sarà il leit motiv del film che rimetterà in discussione le
convinzioni di Michael (l'unica caccia "pulita", sembra infine rendersi conto, è quella che si limita ad am-mirare la preda, che già così si sente braccata e terrorizzata come lui in guerra). Cimino: "Per me era un modo per shoccare lo spettatore, al punto da rimuovere il blocco su questa guerra che, per tanto tempo, ha persistito. ... La roulette russa non è una metafora del suicidio di una nazione, è un mezzo per drammatizzare l'elemento casuale che sussiste in qualsiasi guerra. Non c'è motivo perché muoia un uomo piuttosto di un altro. Ho voluto comprimere l'esperienza quotidiana del combattimento e quest'attesa permanente della morte, quest'impossibilità di calcolare le probabilità di sopravvivenza... un anno d'incertezza di un soldato al fronte, che attende ogni minuto che una bomba gli scoppi vicino."
E Michael sfida il destino con un freddo calcolo delle probabilità: se una pallottola è comunque sufficiente ad ammazzarlo, con tre può forse tentare la fuga. Nick sarà con lui, ma resterà fatalmente incantato da questa sfida con la morte finché la riedizione di quella "scena primaria", di fronte a Michael, non lo libererà definitivamente. Questa complementarietà dei due amici protagonisti è ribadita lungo tutto il film: Michael va a caccia in
gruppo solo perché c'è Nick; torna a Saygon perché ha promesso che non l'avrebbe mai lasciato in Vietnam; condivide l'amore di Linda (Meryl Streep) fino a sostituirsi a lui per ricominciare una nuova vita dopo la tragedia. Si potrebbe vedere in Nick l'alter ego, il fantasma della giovinezza, il lato oscuro, il rimosso di Michael che riaffiora e che necessariamente deve essere affrontato e annientato. Una sfida allo specchio, un omicidio-suicidio compiuto "per amore" (come dice a Nick lo stesso Michael), per poter ricominciare da capo. Ed è infatti con il funerale di Nick che tutta la comunità si ritrova riunita, con i suoi nuovi equilibri sentimentali, a leccarsi le ferite.
La scena finale, con gli amici che intonano God Bless America, e compongono un brindisi funebre allo stesso modo con cui composero il brindisi alle nozze di Steven alla vigilia dell'arruolamento, non ha mancato di sollevare varie opinioni e critiche. Alcuni vi videro una scena mal riuscita di macabro sarcasmo, altri di patriottismo reazionario. In realtà il regista, che durante tutto il film ha mantenuto uno sguardo da "naturalista" (da notare come ambiente e personaggi concorrano a formare un tutt'uno narrativo, attraverso l'uso del dolly a scendere da quello a questi), si distacca del tutto dai suoi personaggi senza contraddirli o disprezzarli e li lascia agire, assecondando le loro psicologie, le contraddizioni che li salvano dal divenire pure allegorie: "Quando le persone in un momento di crisi o di stress, si rivolgono automaticamente verso cose familiari e quando, nell'incapacità di esprimere la loro tristezza, ritrovano qualcosa che avevano imparato a memoria nell'infanzia, non c'è da parte mia alcuna ironia intenzionale. ... Il canto, anche se patetico, è un modo per affrontare un sentimento collettivo, soprattutto fra le classi di individui che non sono inclini a discussioni elaborate. Quando uno comincia, gli altri gli vanno dietro, confermando così l'amicizia che li lega, la fiducia che provano gli uni per gli altri" (Cimino). Come giustamente fa notare Masson nello stesso numero di Positif, non c'è niente di meno sciovinista di questa immagine di un patriottismo che non si eleva all'inno se non nel dolore. "La conclusione del film indica anzi che, sospeso ogni giudizio storico o morale, si vuole soprattutto riconciliare gli americani con il periodo più buio della loro storia. ... Nel momento in cui i personaggi riconoscono in loro l'America, gli spettatori devono reciprocamente confessarsi che loro erano quell'America". Non è un caso che i protagonisti siano degli immigrati ucraini. Cimino descrive la loro volontà di essere riconosciuti americani, di essere assimilati, anche e soprattutto a prezzo del sangue che viene chiesto loro di versare (ingenuamente, ai loro occhi, la conferma di uno status). Ricordiamo la scena in cui Nick, interrogato sul suo nome russo dal medico dell'ospedale, risponde "No, è un nome americano". Questo forse si può biasimare a Cimino, di aver messo in scena una "America atemporale, ancora rurale e cristiana, malgrado la fabbrica, le imprecazioni e le sfide in automobile, e non l'America degli anni '60, convinta della sua emancipazione, sicura della sua potenza e poco preoccupata del suo mito" (Masson).


                                                                                    (fonte: http://web.tiscali.it/)
postato da: ArnoldLayne84 alle ore 05:42 | link | commenti (18)
categorie: recensioni, cinema, film, il cacciatore


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