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(2003) regia: Martin Scorsese
Il regista americano si cimenta in un documentario sulla musica che ha gettato un ponte tra due continenti: il blues. E' il suo apporto a una serie da lui stesso ideata, che annovera sette film diretti da altrettanti celebri registi, tra cui Wenders, Eastwood e Figgis

"Dal Mali al Mississippi", diretto da Martin Scorsese, uscito nelle sale dopo essere stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2003, rappresenta l'apporto personale del regista statunitense alla saga cinematografica intitolata "The Blues". Una serie di sette film visti attraverso la lente di altrettanti celebri registi appassionati di musica, oltre a Scorsese: Charles Burnett, Clint Eastwood, Mike Figgis, Marc Levin, Richard Pearce e Wim Wenders.
La passione di Scorsese per la musica non è una novità. Così, dopo aver dedicato le sua attenzioni a pagine memorabili di musica "bianca" ("Woodstock" e "The Last Waltz"), il regista americano ha deciso di realizzare un mastodontico progetto sul blues, promosso addirittura dal Senato degli Stati Uniti.
Il blues è la musica del dolore, della malinconia. Ed è il ponte ideale che collega l'Africa all'America. Un narratore come Martin Scorsese non poteva non essere attratto da una simile epopea: "Ho sempre sentito affinità con la musica blues - spiega il cineasta - la cultura del raccontare attraverso la musica è incredibilmente affascinante e mi attrae, il blues ha una grande risonanza emotiva e queste sono le basi della musica popolare americana."
Il regista di "Taxi Driver" passa così dalle sponde del fiume Niger in Mali ai campi di cotone ed ai locali (juke joint) del Delta del Mississippi per trovare le tracce dell'origine del blues, in una sequenza di interpretazioni originali (tra cui Ali Farka Tourè, Salif Keita, Habib Koitè, Taj Majal, Crey Harris, Othar Turner) e di rare immagini di repertorio. "Quando ero giovane - racconta Scorsese - sembrava ci fosse sempre musica nell'aria. Si insinuava dalla strada, dalle radio delle auto che passavano, dai ristoranti e dai negozi agli angoli, dalle finestre delle case attraverso la strada. Un giorno, intorno al 1958, mi ricordo di aver ascoltato qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che avevo sentito prima. Non scorderò mai la prima volta che ascoltai il suono di quella chitarra. La musica gridava, 'Ascoltami!', scappai a prendere una matita ed un pezzo di carta e ne scrissi il nome. La canzone si chiamava 'See See Rider', che conoscevo già nella versione cover di Chuck Willis.
Il nome del cantante era Lead Belly. Raggiunsi il negozio di Sam Goody sulla Quarantanovesima il più veloce che potevo e trovai un vecchio disco di Lead Belly della Folkways, che includeva 'See See Rider', 'Roberta', 'Black Snake Moan', e alcune altre canzoni. E lo ascoltai ossessivamente. La musica di Lead Belly aprì qualcosa in me. Se avessi saputo suonare la chitarra, suonarla sul serio, non sarei mai diventato un regista...".
Bo Diddley e il magico sound dei Sixties fecero il resto: "Nei primi anni sessanta - racconta il regista - le mie preferenze optavano per Phil Spector della Motown e per i gruppi di ragazze, come le Ronettes, le Marvelettes e le Shirelles. Poi arrivò l'invasione britannica. Come chiunque altro, fui atterrato da questa musica, e fui colpito dalla sua fortissima influenza blues. Più capivo cosa c'era alla base della musica rock, e più riuscivo ad individuare il blues. Con una parte della nuova musica britannica, il blues passò in primo piano, e le band stavano rappresentando il loro omaggio ai loro Maestri nello stesso modo in cui i registi francesi della New Wave davano omaggio ai grandi registi americani con i loro film. C'era John Mayall e i suoi Bluesbreakers. C'era la prima formazione dei Fleetwood Mac, con Peter Green alla chitarra, fondamentalmente una blues band. C'erano gli Stones, la cui musica aveva un forte accento blues già dall'inizio, e che realizzarono versioni cover di 'Little Red Rooster', di 'I'm a King Bee', 'Love in Vain', e molte altre. E, ovviamente, c'erano i Cream. Mi piace ancora sedermi da solo in una stanza e farmi avvolgere da quella musica. Crearono una sorprendente fusione tra il blues e l'hard rock, e alcune delle loro più belle canzoni erano dei cover: 'Rollin' and Tumblin'', il vecchio classico del Delta, che ascoltai la prima volta sul primo volume di Live Cream; 'Crossroads' di Robert Johnson, che fu uno dei loro maggiori successi; e 'Sitting on Top of the World' che era su 'Goodbye Cream'. Quando ascoltai quella canzone andai a ritroso e trovai l'originale del grande Mississippi Sheiks".
Due documentari diretti sulla storia del cinema (americano e italiano) sono stati il prototipo della serie dedicata al blues: "Il progetto - racconta Scorsese - ha avuto inizio quando il produttore della Cappa Productions Margaret Bodde e io stavamo lavorando su un documentario con Eric Clapton chiamato 'Nothing but the Blues', dove abbiamo inserito materiale di Eric che suonava pezzi classici del blues e materiale d'archivio di musicisti blues più anziani. Fummo tutti colpiti dalla forza degli elementi e dalla poesia di queste giustapposizioni - sembrava un modo talmente semplice ma eloquente di esprimere l'intramontabilità della musica. Ci ha anche fornito un modo per avvicinarci alla storia del blues in termini cinematografici. Così ci è sembrato naturale continuare e chiedere ad un certo numero di registi che stimavo, ciascuno con un profondo legame con la musica, di realizzare la propria esplorazione della storia del blues".
Per il film diretto in prima persona da Scorsese, l'idea di fondo era quella di portare lo spettatore in pellegrinaggio al Mississippi e poi avanti in Africa insieme a un giovane musicista blues di nome Corey Harris: "E' sembrato così naturale - spiega il regista - ripercorrere le tracce della musica dal Mississippi all'Africa occidentale, dove Corey ha incontrato artisti straordinari come Salif Keita, Habib Koitè e Ali Farka Tourè e ci ha suonato insieme. E' affascinante ascoltare i collegamenti tra la musica africana e quella americana, vedere come le influenze viaggiano in entrambe le direzioni, avanti ed indietro attraverso il tempo e lo spazio".
La musica di Otha Turner, in particolare, ha rappresentato un collegamento fondamentale con le radici africane. Un elemento su cui Scorsese ha puntato tutto: "Questa idea di continuità e di trasformazione scorre attraverso tutti i film della serie - sostiene il regista - Charles Burnett ha realizzato un dramma poetico e personale sulla vita del blues vista attraverso gli occhi di un giovane ragazzo. Wim Wenders ha realizzato un film evocativo che si muove come un sogno attraverso il passato, il presente ed il futuro, in modo da congiungere tre diversi bluesmen. Dick Pearce ha realizzato un film formidabile su Memphis, con Bobby Rush ed il grande B.B. King. Marc Levin si è occupato del Chicago Blues, con la presenza di Chuck D e Marshall Chess in studio con la Electric Mud band che registrano nuovi brani grandiosi con alcuni membri di The Roots - ancora una volta, in questo film si coglie un forte senso di trasformazione continua del blues. Mike Figgis, che è a sua volta un musicista, ha fatto un film sulla scena blues britannica, in forma di storia raccontata da molti dei suoi artefici. Clint Eastwood ha versato un tributo decisamente elegante ai grandi pianisti blues, Jay McShann, Pinetop Perkins, e altri. Tutti questi meravigliosi film sono come pezzi di un mosaico, alla fine ne viene un quadro dinamico ed in movimento di una grande forma d'arte americana".
(fonte: www.theblues.it)
